Pneumatici Fuori Uso: Ecco perché la raccolta non funziona

A commento dell’articolo pubblicato su “Il Messaggero” in data 21 dicembre, con il titolo “Pneumatici fuori uso. CNA: la raccolta è al collasso” sarebbe utile fornire ai lettori qualche spiegazione del perché il sistema non funziona e si giunti alla situazione attuale.


I problemi cominciano con il DM 82/2011 che ha stabilito come dovesse attuarsi al responsabilità del produttore, introdotta con l’arte 228 del D.Lgs 152/2006.

Prima c’era il libero mercato. Il gommista contattava direttamente le aziende che facevano la raccolta sul territorio o gli impianti di trattamento, potendo scegliere tra una ampia serie di piccole e medie imprese con pluriennale esperienza nel settore del riciclaggio degli PFU, aveva modo di contrattare il costo, che recuperava, tutto o in parte, addebitandolo al cliente. Tale costo era, per effetto della concorrenza, minore di adesso.
La necessità del decreto è stata giustificata con l’esigenza di dare maggiore efficienza e trasparenza al sistema evitando, anche, il rischio di stoccaggi abusivi e smaltimenti illegali. Ma in realtà lo scopo era permettere ai produttori di controllare il circuito del pneumatico a fine vita.
Il decreto non ha quindi risolto i problemi per il quale è stato approvato. Il decreto 82/2011 ha comportato l’obbligo da parte del produttore/importatore di pneumatici nuovi di “gestire” la stessa quantità di pneumatici immessi nel mercato Italiano, ma di fatto costoro non raccolgono né riciclano nulla, in quanto sia con la gestione di tipo diretto o in forma associata, previsto dal decreto, affidano l’attività operativa a terzi, e una volta raggiunto il limite dei pneumatici gestiti uguale a quelli immessi sul mercato, non hanno più nessun obbligo, e quindi il sistema si blocca. Giustamente i gommisti, che hanno versato ai produttori l’eco contributo incassato dai clienti, non ci stanno a pagare una seconda volta, di tasca loro, il servizio a cui hanno diritto per legge.
Contestualmente, è rimasto il problema degli PFU che non vengono smaltiti, perché ogni soggetto obbligato a ritirare i PFU (produttori e importatori), sostiene di aver raggiunto il target da loro stessi calcolato, pertanto i pneumatici rimangono giacenti presso i produttori del rifiuto (gommisti, autofficine, etc.). Come si vede il problema degli stoccaggi abusivi non solo non è stato risolto, ma è stato amplificato. Prima erano abusivi solo i pochi soggetti che scientemente operavano in modo illegale nella gestione dei PFU, e che erano perseguiti dalle Forze dell’Ordine (NOE, Corpo Forestale, ecc.) Ora tutti i gommisti, indipendentemente dalla loro volontà, vengono messi in una condizione di illegalità, dovendo stoccare pneumatici, che il sistema non può o non vuole ricevere, dando quindi origine, seppur involontariamente, a tantissimi stoccaggi abusivi. Praticamente uno ogni gommista.
Introducendo questo sistema si è tagliato fuori dal mercato un gran numero di imprese autorizzate ad operare nel settore e con consolidata esperienza, che erano la spina dorsale del settore e che garantivano il funzionamento del sistema. Queste aziende sono state giudicate “inadatte” dai nuovi soggetti responsabili (produttori e importatori), con la conseguente chiusura di molteplici imprese e licenziamento dei propri dipendenti.
Ogni anno in media, in tutta Italia, vengono generate circa 350/400 mila tonnellate di PFU da smaltire grazie al contributo obbligatorio in media 320/380 euro a tonnellata. Sia chiaro: il contributo, che è più elevato di quanto costava ai gommisti nel libero mercato, viene pagato dai consumatori nel momento in cui acquistano un pneumatico nuovo, perché, dal 2011, per legge, è obbligatorio versare anticipatamente il contributo per lo smaltimento dello PFU (la cui voce è chiaramente indicata sulla ricevuta di acquisto). Il contributo viene incassato dai produttori o importatori, che a loro volta girano la somma ricevuta alla loro struttura associata o gestendo direttamente (ma affidandola a terzi) la raccolta ed il riciclaggio dei PFU, in modo poco trasparente, senza partecipazione attiva dei riciclatori. In pratica il consumatore paga e i produttori gestiscono in modo privatistico soldi che hanno finalità pubbliche, scaricando inefficienze ed errori sui riciclatori e sui gommisti.
La eccedenza delle gomme fuori uso rispetto all’immesso sul mercato viene attribuita a un mercato del “nero” ma ci sembra una scusa. Se non c’è adeguata trasparenza, diventano anche poco credibili le motivazioni addotte da questo o quel soggetto in modo semplicistico. Indubbiamente c’è qualcosa che non va. La normativa in vigore venne approvata nonostante avessimo evidenziato una serie di lacune ed errori. Ci rammarica dover constatare, sulla pelle di tante aziende cha hanno chiuso, che purtroppo avevamo ragione.
Da un punto di vista operativo i pneumatici una volta raccolti vengono mandati ad impianti di trattamento. Ne esistono di due tipi. Quelli che fanno un vero riciclaggio, trasformando i PFU in materie prime secondarie, destinate a vari tipi di impiego, e quelli che fanno una semplice triturazione finalizzata a produrre un combustibile che è ancora classificato rifiuto ed è destinato ad essere bruciato in cementeria. Purtroppo con l’avvento del Decreto e la gestione quasi monopolistica impressa al settore, gli impianti di riciclaggio, soprattutto quelli nazionali, sono stati penalizzati, mentre si è privilegiata la combustione ed il recupero energetico, effettuato prevalentemente all’estero, preferibilmente in paesi a minor controllo ambientale. Questo ignorando senza alcun imbarazzo la Direttiva Europea che impone di dare precedenza al riciclaggio di materia rispetto al recupero energetico, e di applicare il principio di prossimità (i rifiuti debbono essere trattati il più possibile vicino al luogo di produzione).
Così oltre alla fuga dei cervelli, in Italia assistiamo anche alla fuga dei pneumatici.
Senza contare che le finalità ambientali del Decreto sono state ampiamente disattese, si incrementano le emissioni a livello globale, sia per la combustione, sia per la maggior incidenza di CO2 dovuta alla produzione di materie prime vergini rispetto alla ben più modesta produzione di CO2 (fino a 40 volte di meno) associata alla produzione di materie prime secondarie. A tutto ciò vanno aggiunte le maggiori emissioni associate all’elusione del principio di prossimità per i maggiori trasporti ne conseguono.
Sembra incredibile ma è così, e la causa è da ricercarsi nell’aver attribuito un ruolo predominate ai Produttori, i quali sono portatori di un evidente contraddizione. Ovvero da un lato non utilizzano gomma riciclata nella produzione di pneumatici nuovi, dall’altro sono produttori di mescole e materie prime vergini che possono essere utilizzate da quei settori che preferiscono utilizzare gomma riciclata, perché più conveniente, e che rappresentano una interessante mercato soprattutto in momenti di crisi. Se non è conflitto di interessi questo?
Come si vede i problemi in questo paese, ed il nostro settore non fa eccezione, derivano quasi sempre dal fatto che chi deve essere controllato o non viene controllato o coincide con il controllore.
ARGO l’associazione, che da oltre 20 anni, rappresenta gli interessi delle aziende italiane operanti nel settore del riciclaggio e recupero dei pneumatici fuori uso, ha avanzato di recente, proprio al Ministero, una serie di proposte atte a modificare le disposizioni contenute nel decreto 82/2011.
ARGO ha proposto al Ministero dell’Ambiente di modificare il Decreto con alcuni emendamenti, pochi, chiari, e di semplice attuazione. Sicuramente migliorativi, come l’istituzione di un fondo unico, gestito direttamente dal Ministero, in cui far confluire la totalità dei contributi versati. In più servirebbe un organismo (veramente) indipendente preposto al controllo dell’utilizzo del fondo e alla verifica puntuale delle quantità di pneumatici realmente immesse sul mercato. Se il Ministero intenderà accogliere tali proposte, lo scopriremo nei prossimi mesi.
Se poi non riuscirà a modificare il decreto si può sempre proporre un referendum. Passerebbe senz’altro con una maggioranza molto ampia.

22.12.2016
www.consorzioargo.it

1 Risposta

  1. È una vergogna tutti i mesi in fattura paghiamo grandi cifre di pfu tre quattro volte in più di quanto si paga fino a qualche anno fa ma il risultato che nessuno viene a prelevare gli pneumatici esausti quando vengono ne portano via solo una parte e sembra quasi ti facciano un piacere ..bisogna tornare al vecchio metodo…è se la comunità Europea ritiene che gli pneumatici esausti sono fonte rinnovabile sarebbe bene che facesse qualcosa di serio invece di incassare i soldi dei pfu e usarli per tutt’altro…